Gli studenti ci riprovano con gli operai – La Stampa, 07.11.08
La Stampa, 7 novembre 2008
Gli studenti ci riprovano con gli operai. Volantini ai cancelli di
Mirafiori ”Faremo documenti comuni” Con la crisi rinasce un
mito del ’68
TORINO – Abbiamo
appena strappato un fondo sanitario integrativo. Io sono delegato
sindacale: voglio leggere le carte, voglio capire, per poi spiegarlo
per bene agli altri. Ma sono un operaio. Non ho studiato, ci vorrebbe
un aiuto». Gianni Iannetti, 43 anni, delegato sindacale; il
«consulente» si chiama Enrico e studia Medicina all’Università. Si
parla di sanità. Gianni chiede; Enrico si prende un attimo e risponde.
No,
non sembra davvero il ’68, la lotta studentesca che si salda al
movimento operaio in nome di un’ideologia. Questo gruppo che si raduna
sotto la pioggia somiglia più all’incontro di grumi di malessere, dove
il comune denominatore si porta appresso parole come crisi, recessione,
tagli, incertezza.
Studenti e operai si incrociano alle due di
un pomeriggio scuro, porta venti di Mirafiori. Torino, Fiat Powertrain:
gli operai del primo turno escono, dentro quelli del secondo. Li
aspettano una ventina di universitari e un volantino. Prove tecniche di
saldatura.
Oggi si replica: alla controinaugurazione dell’anno
accademico del Politecnico partecipano delegati sindacali, operai di
aziende in crisi. Si parla del futuro dell’Università che arranca, e
del presente di migliaia di lavoratori, che si chiama cassa
integrazione, mobilità, aziende in crisi. «Non vogliamo pagare la loro
crisi»: il titolo del volantino è una dichiarazione d’intenti. «Noi
universitari non ci stiamo: non si può penalizzare l’istruzione in un
momento così drammatico, là dove si dovrebbe invece investire in sapere
e conoscenza», attacca Paola, studentessa a Scienze Politiche. Gianni
Iannetti approva: «Nemmeno noi operai la vogliamo pagare. Arrivare alla
fine del mese è sempre più dura, sono anni che sulle nostre spalle pesa
il carovita».
Non è il sodalizio degli «ultimi», ma poco ci
manca. Certo è che studenti e operai si sentono così. E allora provano
a compattarsi per superare insieme l’ostacolo. Funziona? Sì e no.
Giuseppe Acciardi esce quasi di corsa. Afferra il volantino ma non si
ferma. «Qui abbiamo tutti qualche problema: noi, questi ragazzi. Ma non
li risolviamo mischiandoli. Ognuno fa storia a sé». Paola, studente,
scuote la testa. «La precarietà sui luoghi di lavoro, le aziende in
crisi, il precariato tra i giovani riguardano tutti. Oggi tocca voi, ma
domani ci saremo noi al vostro posto. Ecco perché questa lotta è di
tutti».
Chi si ferma racconta di un movimento che sta
lievitando. «In fabbrica si comincia a parlare di scuola, non succedeva
da anni», dice Giovanni Aloisio. «Alcuni colleghi raccontano dei loro
figli, delle occupazioni e di una preoccupazione che dai ragazzi è
strisciata fino ai genitori». La scuola in fabbrica e la fabbrica a
scuola. Il timore per un presente da lavoratori e da padri; l’ignoto
che afferra i figli che un domani saranno lavoratori, ma oggi guardano
impauriti la loro università, sperano che i genitori non perdano il
lavoro e possano ancora pagare gli studi. Qui, a Mirafiori, padri e
figli si ritrovano. Un patto tra generazioni. Non durerà un pomeriggio,
giurano. Si comincia ora, si prosegue insieme.
«È andata bene»,
dicono alla fine, quando il via vai ai cancelli s’interrompe.
«Torneremo. Insieme», assicura l’operaio Gianni. Ma l’universitario
Ivano non sembra convinto. «Non siamo riusciti a rompere il muro. Siamo
ancora noi e voi, mondi distinti». Si vede che hanno paura di non
essere capiti a fondo. Sentono, o temono, un’innata diffidenza.
«Lavorano dalle sei del mattino, magari pensano che noi ci siamo
svegliati a mezzogiorno per venire qui a distribuire un volantino»,
insiste Ivano. «Forse ci considerano privilegiati».
Alla fine
sono gli operai a guidare, e pilotare, la saldatura tra i due mondi.
«La prossima volta ci sarà un manifesto comune. E al prossimo sciopero
generale, a Roma o a Torino, andremo sotto le stesse insegne».